Non si tratta di tecnologia, ma di responsabilità

INTRODUZIONE – Perché ripensare la formazione

L’AI ha trasformato molti processi, ed è inevitabilmente entrata anche nel mio metodo di lavoro.

Negli ultimi mesi mi sono interrogata molto su come l’uso sempre più diffuso dell’AI stia cambiando il mio modo di fare formazione.

La prima cosa che ho osservato è stato un cambiamento evidente in aula: il modo in cui gli studenti imparano non è più lo stesso, così come stanno cambiando tempi, aspettative e abitudini anche nei percorsi dedicati ai professionisti.

L’AI agisce come un acceleratore: rende più rapido l’accesso alle informazioni, semplifica alcuni processi e modifica il contesto in cui le persone lavorano e apprendono.
E se cambia il contesto, è inevitabile che cambi anche il ruolo di chi forma.

PERCHÉ L’AI CAMBIA IL CONTESTO DELLA FORMAZIONE

L’utilizzo dell’AI ha modificato profondamente le modalità di ricerca delle informazioni trasformando il concetto dei “saperi”, da sempre cardine della progettazione formativa.

Le persone hanno accesso rapido alle risorse, ma ciò che oggi sempre più è necessario, è fornire gli strumenti per interpretarle ed utilizzarle in maniera strategica.

Leggere un post, venire a conoscenza di un tool o di un prompt e provare ad utilizzarlo, oggi è alla portata di tutti.  Quello che manca è capire se e quando quel tool/prompt sia davvero la scelta migliore, la capacità di analizzare i risultati ottenuti e fare una retrospettiva: cosa tenere, cosa cambiare, quali test proporre.

Il ruolo del formatore credo sia sempre più quello di evitare l’appiattimento critico. Dare agli allievi metodi di ragionamento, capacità di scegliere lo strumento più adatto alla specifica situazione e stimolarli a “difendere” le loro scelte.

L’AI non sostituisce il formatore, ma lo obbliga a diventare più consapevole del ruolo che il suo intervento ha nell’apprendimento di chi lo ascolta.

COSA STO CAMBIANDO NEL MIO APPROCCIO IN AULA

Una delle prime cose che ho cambiato nel mio modo di insegnare riguarda il rapporto con i contenuti.

In aula non porto più “tutto”: porto ciò che conta in relazione all’obiettivo formativo. Mi concentro su pochi concetti essenziali: non per semplificare, ma per mettere a fuoco ciò che è davvero rilevante.

Un approccio utile per imparare ad interpretare ciò che si trova in rete o che l’AI genera: capire cosa è utile per il contesto specifico, cosa è impreciso, cosa eventualmente manca.

Sto lavorando sempre di più su questa competenza che chiamo “di filtro”.

Ho poi ridotto gli esercizi chiusi, quelli con risposta univoca, introducendo situazioni con vincoli, alternative, contesto.

La complessità dei contesti professionali è fatta di decisioni da prendere,  approcci originali da proporre, capacità di differenziarsi e di lavorare anche con informazioni a volte incomplete o vincoli apparentemente insuperabili. Per questo, in aula porto sempre più spesso problemi aperti: casi con scenari diversi, materiali da interpretare, situazioni in cui bisogna scegliere una strada e giustificarla.

È un modo più impegnativo di lavorare, sia per me, soprattutto in fase di preparazione, sia per i partecipanti che vengono coinvolti molto più di quanto si facesse fino a qualche anno fa. Si tratta però, di acquisire abilità utili ad affrontare la complessità.

Nei miei interventi formativi porto metodo: momenti di decision making, domande da cui partire, confronto tra punti di vista, analisi condivisa degli errori, discussione di casi reali, ma soprattutto, l’esperienza di ragionare insieme.

Alla fine, credo che questo sia il cuore della formazione oggi: non trasmettere risposte, ma allenarsi a fare le domande giuste.

È lì che nasce la competenza, ed è lì che l’AI non può sostituirci.

L’EFFETTO “RISPOSTA VELOCE”: COSA STO INSEGNANDO A GUARDARE MEGLIO

Un cambiamento che noto spesso in aula riguarda il modo in cui gli allievi affrontano i casi pratici. Da quando usano l’AI, tendono ad arrivare subito al risultato: scrivono prompt brevi, poco dettagliati, e cercano la soluzione più veloce possibile per “consegnare”.

È un atteggiamento comprensibile, perché l’AI premia la rapidità. Ma non sempre premia la qualità.

Per questo motivo sto cercando di spostare la loro attenzione dal risultato immediato al processo con cui si arriva a un risultato che abbia davvero senso.

Di solito lo faccio introducendo obiezioni semplici, spesso le stesse che un cliente potrebbe sollevare davanti a una proposta troppo complessa o troppo astratta. In questo modo i partecipanti si rendono conto da soli di quanto spesso una soluzione generata velocemente — senza una riflessione prima — sia poco efficace, poco chiara, o addirittura inutile.

È un passaggio delicato, ma fondamentale: far vedere con esempi concreti che non basta “tirare fuori” una risposta. Serve costruire un pensiero, una direzione, un criterio.

L’obiettivo, alla fine, non è farli diventare più veloci, ma più strategici.

COSA PUÒ DIVENTARE (E PERCHÉ È UN’OPPORTUNITÀ)

Per questo considero l’arrivo dell’AI non una minaccia alla formazione, ma un’occasione per trasformarla.

Se smettiamo di usarla come sostituto della mente e iniziamo a trattarla come uno strumento di lavoro, apre spazi che prima erano più difficili da coltivare.

Il primo è il pensiero critico: L’AI ci costringe — in senso positivo — a essere più attenti, più presenti, più consapevoli dei nostri criteri di scelta.

Allo stesso tempo migliora la consapevolezza digitale. Usarla non significa premere un pulsante, ma imparare a leggere come funziona, cosa può fare e cosa non può fare. Questa è una competenza trasversale che ogni professionista dovrà avere, indipendentemente dal settore.

In aula poi, accade un altro effetto interessante: l’AI favorisce forme di collaborazione più spontanee. Gli studenti, ma anche i professionisti in formazione, si confrontano di più, condividono ipotesi, discutono interpretazioni. La formazione diventa meno meccanica e molto più “viva”, perché ciò che conta non è ottenere la risposta giusta, ma capire come ci si arriva.

Ecco che l’AI non sostituisce il formatore, ma lo rilancia, diventa la persona che con la propria esperienza sa guidare, selezionare, dare senso e trasformare un contenuto reperito rapidamente, in un apprendimento reale e immediatamente applicabile nella realtà.

CONCLUSIONI – Dove sto andando con la mia formazione

Ho iniziato a entrare in aula nel 1994, appena un anno dopo che il CERN rese pubblica la tecnologia del World Wide Web.

Da allora il mio lavoro, soprattutto nel marketing e nella comunicazione, è stato un osservatorio privilegiato di trasformazioni continue.

Studiare per restare aggiornata e portare in aula contenuti vivi, uniti all’esperienza, è sempre stata la parte che ho amato di più.

Oggi l’AI è una nuova sfida.
E come tutte le svolte importanti, mi mette davanti ai miei limiti, ma anche alla possibilità di superarli.

Fare formazione, però, non cambia la sua natura: significa certo trasferire competenze e metodo, ma significa anche — e soprattutto — lavorare con le persone, comprenderle e trovare il modo giusto per accompagnarle nella loro evoluzione.

Nel mio piccolo, è questo che cerco di fare ogni volta che entro in aula.

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Progettiamo percorsi su misura per enti e aziende che vogliono trasformare l’apprendimento in esperienza concreta e costruire competenze davvero spendibili.

La formazione come laboratorio

Perché marketing, comunicazione, energia e sostenibilità non si insegnano mai allo stesso modo con allievi diversi.

[Alessandra]

La formazione come processo che si rinnova

Chi lavora nella formazione lo sa: i programmi sono necessari, ma non bastano. Nei campi del marketing, della comunicazione, dell’energia e della sostenibilità i contenuti cambiano nel giro di pochi mesi, a volte di pochi giorni. Ripetere sempre la stessa lezione significa tradire la natura stessa di queste discipline.

Si tratta di un approccio che mi appartiene e ho sempre adottato, fin dalle mie prime ore d’aula. Subito, infatti, mi sono trovata a confronto con una platea a cui, prima di insegnare i fondamenti del marketing, era necessario far capire il motivo pratico per cui quella disciplina, così apparentemente astratta (era il 1994), compariva nel loro calendario lezioni.

Nelle ultime settimane poi, mentre cercavo documenti su questo tema, ho letto quello che Edgar Morin (un sociologo, filosofo e pensatore francese della prima metà del novecento), definiva «pensiero complesso».

Si tratta di un approccio che sostiene la necessità di superare la frammentazione e la specializzazione del sapere, per abbracciare la multidimensionalità dei fenomeni. Propone di superare le divisioni disciplinari e di affrontare le sfide della realtà attraverso una prospettiva olistica e transdisciplinare.

Un pensiero che considero di grande attualità, in un momento in cui la spinta alla verticalizzazione ha talvolta penalizzato la visione d’insieme.

Certamente la specializzazione, soprattutto nelle materie che trattiamo (Marketing & Comunicazione – Energia, Ambiente Sostenibilità), è necessaria, ma per proporle in modo efficace credo sia importante conoscere anche la visione d’insieme del mondo in cui quella specializzazione andrà ad operare

La formazione, in questo senso, non può essere solo un archivio di nozioni da trasmettere, ma un processo vivo, capace di rinnovarsi in relazione al contesto, alle domande e alle esperienze dei partecipanti.

La sperimentazione: strumento e valore aggiunto

Un corso quindi, non è solo trasmissione di nozioni, ma uno spazio di sperimentazione.

A questo proposito, se interessati a questi temi, vi consiglio la lettura de Il Professionista riflessivo di Donald Schön in cui parla di «pratiche riflessive».

Lui sostiene che il professionista è in grado di apprendere ed adattarsi mentre svolge il proprio lavoro e descrive un professionista che non si limita a seguire procedure standard, ma che riflette attivamente sulle proprie esperienze e pratiche. Questo approccio, spiega, è fondamentale per affrontare situazioni caratterizzate da incertezza, instabilità e unicità, dove le regole e le procedure consolidate potrebbero non essere efficaci [Non è una lettura “da ombrellone”, ma certamente offre spunti su cui ragionare, soprattutto pensando che è stato scritto negli anni ’80.]

Il sapere si consolida quando chi apprende è coinvolto attivamente nella costruzione della conoscenza, sperimentando, sbagliando, migliorando.

Ecco la formazione come la intendiamo noi.  Le ore d’aula diventano un laboratorio in cui si creano esperienze trasformative.

Nell’Indagine OECD sulle Competenze degli Adulti 2023: Italia emerge tra gli altri un dato significativo :

➡️ In Italia, il 46% degli adulti tra 16 e 65 anni ha ottenuto un punteggio pari o inferiore al livello 1 in problem solving adattivo (media OCSE: 29%).

Questo significa che quasi una persona su due fatica a risolvere problemi che richiedono più passaggi o l’adattamento a variabili che cambiano

Ecco perché crediamo fortemente che la formazione non può limitarsi a trasmettere nozioni, ma deve aiutare a sviluppare capacità di adattamento, pensiero critico e sperimentazione continua.

Tre casi pratici significativi svolti nelle nostre lezioni

Nell’ambito delle lezioni all’ITS Academy Green Tech, in un modulo dedicato alle comunità energetiche, i partecipanti hanno simulato scenari utilizzando dati reali di un comune piemontese, elaborando soluzioni che sono poi state effettivamente proposte all’amministrazione comunale.

Durante il Progetto ITS 4.0, gli allievi del Corso di Sostenibilità nella Filiera del Food (biennio 2023-2025) hanno sviluppato un progetto che univa la sperimentazione del food pairing alla sostenibilità. Hanno condotto interviste, partecipato a eventi e visto la loro idea prendere forma e crescere progressivamente.

Nelle lezioni di Design Thinking, i ragazzi del Corso Marketing & Sales Specialist dell’ITS Biotecnologie Piemonte hanno ideato tre soluzioni innovative per migliorare il processo di acquisto di cosmetici, partendo da un brief aziendale già utilizzato in altre Unità Formative, in un’ottica di trasversalità delle competenze.

Spunti per chi fa formazione (o la commissiona)

  1. Progettare per scenari, non per copie**
    Ogni corso deve avere uno scheletro solido, ma aperto.
  2. Coltivare la co-creazione**
    Lasciare spazio agli allievi per portare i loro casi, problemi e intuizioni non è una perdita di controllo, ma un arricchimento.
  3. Accettare l’instabilità**
    Nelle discipline che evolvono rapidamente, la verità del momento è più utile di un presunto «sempreverde». La formazione deve educare ad orientarsi nel cambiamento.

Una responsabilità condivisa

La formazione non crea solo competenze: contribuisce a generare coscienza collettiva su temi centrali per il nostro presente. Un approccio superficiale rischia di banalizzare questioni decisive come la transizione ecologica o la comunicazione digitale, mentre un approccio attento e progettato, può favorire comportamenti e decisioni più consapevoli.

Progettare contenuti formativi è quindi un atto di responsabilità, verso chi partecipa e verso la società che riceverà l’impatto di quelle conoscenze applicate. Ogni corso diventa così non solo un’occasione di apprendimento, ma un tassello di un percorso collettivo.

Questo è l’approccio che io e Marco Comazzi portiamo avanti: non corsi-fotocopia, ma laboratori vivi. Perché ciò che cambia ogni giorno non può essere insegnato una volta per tutte.

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Progettiamo percorsi su misura per enti e aziende che vogliono trasformare l’apprendimento in esperienza concreta e costruire competenze davvero spendibili.

 

Service Learning

Oltre la lezione frontale: cosa cambia oggi nella didattica

“Dimmelo, e dimentico. Insegnami e potrei ricordare. Coinvolgimi e imparerò.” — Benjamin Franklin

Questa frase racchiude l’essenza di una didattica che va oltre la semplice trasmissione di nozioni: un approccio che costruisce competenze durature attraverso l’esperienza diretta.

È proprio questa la filosofia del Service Learning, una metodologia educativa che integra apprendimento e impegno civico, stimolando un coinvolgimento attivo in progetti reali.

Cos’è il Service Learning?

Per decenni la didattica tradizionale si è basata sul “dire” e sul “mostrare”. Oggi, invece, formatori, docenti e aziende sono chiamati a coinvolgere davvero, trasformare l’aula in un laboratorio di senso, dove la teoria prende vita.

Nel Service Learning, i partecipanti si confrontano con problemi reali della comunità, progettano e realizzano soluzioni che generano impatto, sviluppando al tempo stesso competenze tecniche e trasversali, come:

  • lavoro di squadra

  • problem solving

  • comunicazione

  • consapevolezza etica

Esempi concreti: l’orto urbano e l’agricoltura di precisione

Immaginiamo un gruppo di studenti di un corso ITS per la Sostenibilità ambientale: invece di analizzare un caso studio teorico, applicando questo metodo potrebbe occuparsi della riqualificazione di un orto urbano abbandonato, collaborando con realtà locali.

Oppure pensiamo ad un team aziendale che, in base alle sue esperienze e conoscenze, potrebbe essere coinvolto nello sviluppo di soluzioni per supportare enti non profit identificati come partner.

È ciò che è accaduto nel corso di Agricoltura di Precisione dell’ITS Agroalimentare Piemonte. Gli allievi, guidati da Alessandra, hanno concluso il modulo di Laboratorio Creativo di Innovazione e nei loro progetti finali ci sono idee nate dal dialogo con i loro docenti tecnici, che li hanno formati durante l’anno.

I diversi gruppi hanno ideato progetti originali e concreti: dall’impiego dell’acquaponica per la riqualificazione di edifici urbani (proposta elaborata a partire dal dialogo con la docente che ha spiegato questa tecnica), alla progettazione di una serra pensata per promuovere esperienze di agricoltura inclusiva; dalla riscoperta di un antico metodo dei contadini siciliani (esperienza diretta di un allievo) per idratare i mandorli con le pale di fico d’india trasformate in concime naturale, fino allo sviluppo di un’azienda agricola 5.0 e di un sistema basato sull’uso di droni per diffondere insetti utili alla lotta biologica, senza ricorrere a pesticidi.

Questi risultati dimostrano quanto sia importante coinvolgere i ragazzi in attività didattiche pratiche, che li aiutino prima ad acquisire e poi a consolidare le competenze apprese.

I vantaggi del Service Learning

Il Service Learning non è un’attività occasionale, ma un approccio strutturato che richiede una progettazione accurata, un’integrazione profonda con il contesto degli allievi ed un costante accompagnamento alla riflessione. In cambio, questo metodo offre una formazione autenticamente trasformativa: capace di attivare i partecipanti, di stimolare empatia e senso di responsabilità, e di creare connessioni significative tra formazione e territorio.

Perché sceglierlo

Oggi non basta più sapere.

Bisogna saper agire, collaborare e contribuire. Il Service Learning diventa così una palestra di cittadinanza attiva, capace di allenare alla vita reale e alla professionalità.

In Walden Consulenze, crediamo nella forza dell’esperienza

Nel nostro lavoro di consulenza e formazione, partiamo sempre da una convinzione: l’apprendimento più efficace nasce dal fare, dal sentire, dal partecipare.

Per questo accompagniamo enti, scuole e imprese nella progettazione di percorsi formativi ad alto coinvolgimento, radicati nel contesto e capaci di generare un impatto concreto.

Perché, come già intuiva Benjamin Franklin, la vera conoscenza nasce dalla partecipazione.

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Se anche tu credi in una formazione capace di lasciare il segno, scrivici a info@waldenconsulenze.it per scoprire come portare il Service Learning ed altri approcci innovativi nella tua realtà.

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Conoscere davvero il proprio target.

Chi lavora da tempo nel Marketing sa che conoscere davvero il proprio pubblico è già una sfida complessa in se stessa.

Negli ultimi anni però, mi sto accorgendo, soprattutto durante le attività pratiche nelle mie lezioni, che questa sfida ha assunto una dimensione nuova, più sfumata e spesso sottovalutata.

Non mi riferisco soltanto alla provenienza geografica o alle differenze palesi dovute ad una società sempre più multietnica, ma piuttosto a quelle sottili differenze di prospettiva, interpretazione e priorità che ciascuno di noi porta con sé.

Ognuno di noi, infatti, porta inevitabilmente un bagaglio culturale e familiare che influenza profondamente comportamenti, decisioni e preferenze, anche quando apparentemente apparteniamo in modo coerente allo stesso identico target. Questo elemento nel mercato attuale credo abbia naturalmente assunto una dimensione molto più ampia rispetto al passato e non può essere trascurato.

Questa riflessione nasce da un’osservazione costante e concreta delle dinamiche in aula, quando faccio lavorare gli studenti in gruppi.

Ho visto spesso emergere, anche tra individui che formalmente condividono tutte le caratteristiche di uno stesso target, interpretazioni e priorità talvolta radicalmente diverse.

Il problema reale: la falsa uniformità del pubblico

Qual è il vero rischio? Non è solo una questione “culturale” nel senso più ovvio del termine.

Il rischio concreto, molto tecnico e strategico, è pensare di aver definito correttamente il target, costruito buyer personas perfettamente centrate e creato contenuti che consideriamo universali o neutrali, ma che in realtà comunicano solo con una parte limitata del pubblico.

Molti imprenditori e anche noi professionisti consulenti diamo, talvolta, per scontata la conoscenza del mercato locale, basandoci su esperienze passate o su stereotipi impliciti che nemmeno percepiamo come tali. Proprio in questo passaggio si nasconde il rischio maggiore: dare per accertata un’uniformità culturale che non esiste più da tempo.

Qualcuno potrebbe obiettare che tutto questo rientri semplicemente nel marketing cross-culturale, ma la questione è più sottile: non stiamo parlando di adattare messaggi per mercati palesemente differenti, bensì di riconoscere la diversità già presente e significativa all’interno dello stesso mercato che crediamo, erroneamente, uniforme.

Questa consapevolezza richiede un approccio operativo più raffinato e meno intuitivo rispetto a quanto fatto finora. Ed è proprio questo il punto da affrontare concretamente.

Cosa fare concretamente: metodologia operativa

Per affrontare questa sfida in modo concreto e pratico, quando coordino team che stanno lavorando all’ideazione di nuovi progetti, utilizzo alcune fasi operative specifiche e concrete, che permettono di identificare e gestire le sfumature culturali spesso ignorate:

  • Integrare dimensioni culturali specifiche nelle buyer personas: Oltre alle classiche caratteristiche demografiche e comportamentali, utilizzo dimensioni come quelle proposte dal modello di Hofstede (ndr: passioni universitarie che tornano utili, applicate in contesti un pò differenti!). Ad esempio il “grado di avversione all’incertezza”: alcuni target appaiono molto simili esteriormente, ma differiscono radicalmente nel modo in cui reagiscono ai cambiamenti o agli stimoli nuovi, in forza di loro esperienze di vita personali o famigliari. Indagare questo aspetto può portare poi, in fase di ideazione, a soluzioni differenti da quelle inizialmente ipotizzate.
  • Costruire team con diversità di esperienze personali e professionali Quando è possibile invito a creare gruppi diversificati per esperienze personali, background educativi e professionali. Questa varietà permette di identificare e comprendere meglio quelle differenze percettive profonde che sono sempre più frequenti nella nostra società contemporanea.
  • Validare i contenuti con feedback percettivi mirati Prima di pubblicare o diffondere contenuti, invito a strutturare test mirati per raccogliere feedback da persone con esperienze di vita e background percettivi differenti. Questo metodo consente di cogliere rapidamente sfumature interpretative e di percezione che possono influenzare la ricezione del messaggio. Si può per esempio, inserire in un questionario utile per definire le “personas”, domande mirate a questo scopo indagando specifici comportamenti.

Come superare possibili sfide e criticità

Naturalmente, l’adozione di questo approccio può presentare alcune sfide in termini di allungamento dei tempi e possibile innalzamento dei costi di applicazione.

Il problema è sicuramente meno impattante fin tanto che rimaniamo in ambito didattico, mentre diventa più importante in azienda. Tuttavia credo che si possa ovviare con alcuni accorgimenti come per esempio, iniziare ad applicarlo per le prime volte, solo su campagne chiave e contenuti selezionati.

Si può poi, cercare di strutturare un metodo snello che utilizzi strumenti semplici e già collaudati (es. sondaggi mirati online, rapidi test qualitativi) per ottenere feedback rapidi senza appesantire eccessivamente il processo.

Per facilitare la comprensione infine, io ancora una volta credo nel valore della formazione. Suggerisco brevi workshop propedeutici per chiarire il valore strategico di queste tecniche e accompagnare a superare eventuali resistenze interne, mostrando risultati concreti e misurabili.

Conclusioni

La sfida, quindi, non è più solo comprendere chi siano i nostri interlocutori, cosa fanno e come si comportano, ma capire profondamente come vedono e percepiscono il mondo attorno a loro dal loro specifico punto di vista.

Non è facile, ma non è impossibile e nelle mie classi noto ogni giorno che i ragazzi riescono a farlo in modo molto più naturale di me e anzi sono proprio loro ad avermi indotta ad approfondire questo aspetto.

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Effetto gregge nel marketing

L’illusione del trend: perché tutti lo fanno?

Quando da bambina facevo i capricci perché volevo qualcosa solo perché l’avevano tutti, mio papà mi diceva: “Ma se tutti vanno a buttarsi nel Po, ci vai anche tu?”

Questa frase mi è tornata in mente osservando la quantità di post e campagne pubblicitarie che, ad ogni ricorrenza o evento, invadono i social senza un reale motivo.

Ogni volta che arriva San Valentino, il Festival di Sanremo o il Black Friday, vediamo un’ondata di contenuti che sembrano ripetersi all’infinito. Ma perché tutti lo fanno?

Le motivazioni sono semplici e spesso più dettate dalla paura che da una strategia consapevole:

Si crede che seguire il trend porti automaticamente più visibilità.

Si teme di perdere un’opportunità, mentre i competitor sembrano essere ovunque con contenuti a tema.

Si segue l’effetto gregge: “Se lo fanno tutti, allora funziona”.

La realtà, però, è ben diversa. Molti di questi post sono inutili, non generano engagement e non portano alcun valore.

Non domandarti: “Come posso inserirmi in questo trend?”, ma chiediti: “Ha davvero senso per me e il mio pubblico?”

Il rischio di omologarsi e finire nel “rumore di fondo”

Quando troppi brand parlano dello stesso argomento nello stesso momento, succede che:
✅ L’attenzione del pubblico si disperde → Troppi messaggi simili, difficoltà a emergere.
✅ I contenuti diventano ripetitivi → Un altro post con “Buon San Valentino!” non farà la differenza.
✅ Si rischia di essere irrilevanti → Se il tema non è coerente con il tuo brand, il pubblico non ne sarà interessato.

Immagina di scorrere il feed dei social nei giorni di San Valentino: cuori ovunque, frasi romantiche, offerte speciali. Oppure il Black Friday, con aziende che promettono i migliori sconti. Dopo un po’, tutto inizia a sembrare uguale e gli utenti scorrono senza neanche soffermarsi.

Quindi, prima di pubblicare l’ennesimo post con “Buon Ferragosto!”, chiediti:
✔ Questo contenuto è davvero utile o interessante per il mio pubblico?
✔ Sto offrendo qualcosa di originale o è solo un messaggio generico?
✔ Il mio brand ha davvero un legame con questa data simbolo?

Se la risposta è no, forse è meglio investire il tempo per trovare un modo più creativo e autentico per comunicare.

Il lato oscuro delle date “simbolo”: advertising più costoso e meno efficace

Se stai pensando di investire in pubblicità a pagamento durante una data simbolo, fermati un attimo. Potresti spendere di più e ottenere di meno.

Perché i costi aumentano?

Più concorrenza tra gli inserzionisti → Tutti vogliono spazio, e le piattaforme alzano il prezzo.
Asta pubblicitaria più aggressiva → I grandi brand, con budget elevati, dominano il mercato.
Pubblico più bombardato da messaggi → Gli utenti sono meno reattivi alle inserzioni.

Per farti un’idea, nel periodo tra il Black Friday e il Cyber Monday 2023, i CPM (costo per mille impression) sono aumentati del 25% rispetto alla prima settimana di novembre.

Come investire bene in advertising?

1. Evitare i giorni di picco: anticipa o posticipa le campagne se il tuo brand non ha un vantaggio immediato.

2. Puntare su segmenti di pubblico più specifici: meno concorrenza, più efficacia.

3. Usare strategie organiche: email marketing, contenuti di valore, collaborazioni.

4. Testare le campagne in anticipo per ottimizzare il budget.

Quando NON ha senso seguire un trend di comunicazione?

📌 Quando il tuo brand non ha alcun legame con l’evento

Un’azienda di software ha davvero bisogno di fare un post su San Valentino?

📌 Quando il tuo pubblico non è interessato

Se vendi macchinari industriali, i tuoi clienti vogliono davvero un post sul Festival di Sanremo?

📌 Quando il mercato è troppo saturo

Durante eventi come il Black Friday, i grandi brand dominano. Se non puoi competere, meglio puntare su strategie diverse.

📌 Quando il messaggio rischia di essere banale

“Buon Ferragosto” senza valore aggiunto è un post inutile che non porta alcun vantaggio al tuo brand.

📌 Quando il costo della pubblicità è troppo alto rispetto ai benefici

Se i costi delle Ads sono proibitivi, meglio investire in strategie alternative come il content marketing.

Conclusione

Sfruttare un trend per ottenere visibilità non è sbagliato di per sé, ma farlo senza una strategia chiara significa sprecare tempo, energie e budget senza ottenere risultati.

Non basta essere presenti per fare la differenza. In un panorama sempre più affollato, comunicare meglio conta più che comunicare di più. Se l’unico motivo per cui vuoi pubblicare un post è il timore di restare in silenzio mentre gli altri parlano, probabilmente è meglio fermarsi e ripensare la tua strategia.

Le aziende di successo non sono quelle che pubblicano più contenuti, ma quelle che sanno dire le cose giuste, nel momento giusto, con il messaggio giusto.
La comunicazione efficace non è una corsa a chi parla di più, ma a chi sa farsi ascoltare.
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Non servono solo manuali tecnici per imparare qualcosa di utile.

Se pensi che solo i manuali possano offrire “lezioni” ed ispirazione per il tuo percorso professionale, ti sbagli!

Ci sono libri, romanzi e saggi che, pur trattando temi anche molto diversi e lontani fra loro, possono offrire spunti incredibili per chi vuole crescere personalmente e professionalmente.

In questo file scaricabile, proponiamo un elenco di 17 titoli selezionati con cura, accompagnati dal nostro ‘perché leggerli’ e dalle ragioni per cui li utilizziamo come spunto nelle nostre attività in aula.

Pensiero trasversale: il valore di leggere fuori dal proprio ambito

Spesso i migliori insegnamenti si trovano fuori dai confini tradizionali.

Leggere testi vari e non solo manuali, ma anche romanzi e saggi, apparentemente “fuori settore” è un modo per uscire dalla nostra “comfort zone” mentale.

  • Stimolare la creatività.
  • Guardare il mondo da una prospettiva diversa.
  • Apprendere strategie pratiche in modo inaspettato.
  • Connettere discipline diverse per generare idee innovative

Applicare le lezioni dei libri al lavoro quotidiano

La vera forza di leggere libri con uno scopo non convenzionale sta nello scoprire la loro applicabilità nei nostri mondi, andando oltre il motivo per cui sono stati scritti, o forse al contrario, addentrandosi nella loro vera essenza. Non si tratta solo di ispirarsi, ma di trasformare ciò che si impara in azioni concrete:

  • nel marketing e nella comunicazione: leggere testi diversificati offre un bagaglio pratico di esempi e tecniche che si possono applicare direttamente nelle proprie strategie.
  • nella gestione aziendale: le riflessioni sulla qualità o sull’innovazione applicata da altri con successo, spingono a rivedere il proprio modo di affrontare le sfide e prendere decisioni strategiche.
  • nel mondo dell’energia e della sostenibilità: comprendere come altri comunicano circa questi temi, ampliare il proprio punto di vista  ed apprendere a esprimersi in modo chiaro e responsabile, sono abilità fondamentali per chi vuole fare la differenza.

La prossima ispirazione potrebbe nascondersi proprio tra le pagine di quel libro sul comodino che devi ancora iniziare a leggere.

Buona lettura e buon lavoro! 😉

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importanza delle recensioni

Il potere delle recensioni: non lasciare nulla al caso

Le recensioni online sono diventate una componente cruciale per la reputazione digitale di qualsiasi attività, soprattutto per le PMI ed i professionisti che vogliono emergere in un mercato sempre più competitivo.

Basta notare anche quanto si siano diffuse alcune applicazioni per prenotare visite mediche, che funzionano proprio con lo stesso sistema con cui siamo soliti prenotare un hotel o un tavolo al ristorante. È chiaro che nei confronti di un medico o comunque di un servizio sanitario, entrano in gioco anche molte altre varabili, tuttavia mi sembra che questo utilizzo diffuso segni un cambio di passo importante nel rapporto che professionisti ed imprese devono avere con il digitale.

Un cliente/utente che lascia una recensione cerca chiaramente un rapporto con chi è dall’altra parte ed è per questo che ciascuna di esse è un’opportunità per instaurare un dialogo, costruire fiducia e influenzare i clienti potenziali.

In questo articolo vedremo come la gestione delle recensioni possa avere un impatto strategico per ottenere vantaggi concreti.

Le recensioni: un pilastro della fiducia online

Quando ricerchiamo un prodotto o servizio, spesso ci affidiamo alle esperienze di chi già l’ha scelto per farci una prima idea. In pratica scatta un meccanismo simile al “buon vecchio passaparola” che in ogni caso non è ancora passato di moda ( …e che se ci pensate, è un sistema ottimo per farsi nuovi clienti, ma che non prevede il diritto di replica che, invece, hanno le recensioni).

Le recensioni rappresentano un “passaparola digitale” che permette anche all’impresa di “dire la sua” e che costituisce a tutti gli effetti, un elemento di branding.

L’impatto sul posizionamento SEO locale

È importante ricordare che Google e altri motori di ricerca, considerano le recensioni degli utenti come un segnale molto forte per determinare la rilevanza e la qualità di un’attività locale.

Proviamo a capire il perché:

  • Fiducia dell’utente: Le recensioni positive aumentano la fiducia degli utenti nei confronti di un’attività, segnalando che è affidabile e fornisce un buon servizio.
  • Rilevanza: un numero elevato di recensioni dimostra che l’attività è attiva e rilevante per gli utenti locali.
  • Segnali sociali: le recensioni sono un tipo di segnale sociale che indica l’interazione tra un’attività ed i suoi clienti.
  • Dettaglio: recensioni dettagliate e specifiche aiutano Google a comprendere meglio l’attività e a classificarla in modo più accurato.

In sintesi, più recensioni (positive) si ricevono, più il profilo sarà visibile nei risultati di ricerca locali, aumentando la probabilità che i potenziali clienti lo trovino.

Le risposte alle recensioni: un’arma strategica sottovalutata

Rispondere alle recensioni non è solo una questione di educazione, ma una vera e propria strategia di marketing. Ogni risposta, che sia a una recensione positiva o negativa, è un’occasione per riempire di significato la parola, altrimenti vuota, “professionalità”, spiegare meglio i processi operativi, raccontare qualcosa e creare empatia facendo emergere la propria personalità ed infine, ma non per importanza, raccogliere informazioni utili sul proprio pubblico, imparare ad ascoltare ed agire di conseguenza.

Suggerisco di rispondere anche alle recensioni positive, perché chi ha scritto lo ha fatto per entrare in connessione e quindi se lo aspetta. Il modo migliore per farlo è cercare elementi di personalizzazione della risposta, così che il cliente capisca che non è un copia/incolla, ma un grazie sincero.

Le recensioni negative, invece, possono sembrare un problema, ma in realtà sono un’opportunità per dimostrare la capacità di gestire le criticità.

L’errore può capitare a chiunque; quando un cliente lo segnala, è fondamentale riconoscerlo e se possibile, scusarsi e porvi rimedio, altrimenti semplicemente scusarsi. In caso di un fraintendimento, invece, è utile spiegare, con il giusto tono, le ragioni dietro una determinata scelta, mantenendo un approccio oggettivo, accettando che ci possano essere opinioni diverse e chiudendo la questione con rispetto.

Non cambia ciò che è successo, ma può cambiare ciò che succederà.

In tutti i casi, è importante firmare sempre le risposte alle recensioni con Nome e Cognome, evitando formule impersonali come “Lo Staff”, “Azienda XY” o “Responsabile Z”. Ricordiamoci che le persone preferiscono dialogare con altre persone: queste sono le occasioni ideali per applicarlo. (Lo so, “gli altri lo fanno”, ma io lo sconsiglio lo stesso!)

Come implementare una strategia di gestione delle recensioni

Di seguito Vi condivido alcune linee guida che lascio sempre ai miei clienti dopo la formazione

  1. Monitora regolarmente le piattaforme;
  2. Utilizza strumenti come Google My Business o software di gestione delle recensioni per tenere traccia dei feedback in tempo reale.
  3. Se non lavori da solo, crea linee guida per le risposte, così da mantenere lo stesso approccio.
  4. Definisci un tono coerente per rispondere alle recensioni, assicurandoti che rifletta i valori del tuo brand. Forma il personale affinché risponda sempre in modo efficace e coerente
  5. Rispondi a tutte le recensioni, senza eccezioni
  6. Integra le recensioni nella tua strategia di marketing per creare contenuti di valore. Esempio: testimonianze sui social, nel sito web o nelle campagne pubblicitarie. Mostrare le esperienze reali dei clienti aiuta a costruire fiducia e aumentare le conversioni.
  7. Analizza periodicamente i feedback ricevuti e utilizzali per migliorare i tuoi punti di debolezza

Conclusione: trasformare le recensioni in un vantaggio competitivo

L’importanza delle recensioni, quindi, non si limita alla loro funzione informativa tra clienti acquisiti e potenziali. Con una gestione strategica, possono diventare uno strumento di marketing potente soprattutto per le PMI ed i professionisti.

Rispondere alle recensioni con attenzione e strategia non solo migliora la reputazione online, rafforzando la relazione con i clienti, ma aumentando la fiducia cresceranno le conversioni.

Per chi ancora non ha iniziato a sfruttare questo canale, è il momento giusto per farlo. Investire nella cura delle recensioni è un passo importante per crescere e distinguersi nel mercato digitale.

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Se vuoi progettare un percorso formativo con me su questi o altri temi per te o per la tua azienda, perché anche tu credi nel potere del “marketing delle piccole cose”, scrivimi su alessandra.bosio@waldenconsulenze.it

 

L’Importanza della Trasformazione Digitale e dell’AI nella Formazione

Oggi la trasformazione digitale non è più un’opzione poiché tutti siamo connessi in diversi momenti della nostra vita quotidiana pertanto, ciò che cerchiamo e ci aspettiamo come fruitori, dobbiamo essere pronti ad offrirlo quando siamo dalla parte dei fornitori.

Il mio percorso nella Trasformazione Digitale

Ricordo con il sorriso quando per sviluppare la mia tesi di laurea, i miei genitori mi comprarono il mio primo PC. Era un momento di trasformazione digitale personale, un passo verso l’apertura di nuove porte nel mondo dell’informatica e della connettività. Ma il tempo ha dimostrato che quel PC era solo l’inizio di un’avventura che avrebbe radicalmente trasformato la nostra interazione con il mondo digitale.

Poi l’avvento di Facebook nel 2006. All’inizio, ero scettica. Dicevo che non avevo bisogno di iscrivermi, che non mi sarebbe servito. Anche in questo caso, il tempo mi ha dimostrato che è una buona prassi non sottostimare il potere e l’influenza delle piattaforme social.

Nella pratica, questo mio percorso di crescita e trasformazione digitale si riflette nelle attività che svolgo nella formazione con professionisti già in attività o futuri e PMI.

Mantenersi al passo con le ultime tendenze e con le tecnologie emergenti, è molto importante per mantenere la propria competitività. Come sempre mi piace sottolineare ai miei corsisti, però, non è necessario saper implementare tutto, ma conoscere, per fare scelte consapevoli.

I vantaggi della Flessibilità e Personalizzazione dei corsi

Come formatore l’impatto della trasformazione digitale della formazione che ho notato riguarda soprattutto l’accessibilità e la personalizzazione.

Penso alle tante piattaforme online con corsi digitali disponibili in abbonamento e in aggiornamento costante, ma penso anche alla possibilità, data a Noi formatori e agli Enti di Formazione, di erogare i corsi in modalità FAD “a distanza”. Oggi è possibile accedere ad una vasta gamma di contenuti formativi da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento e questo è particolarmente vantaggioso per i professionisti che devono conciliare l’apprendimento con impegni lavorativi e personali.

Oggi riesco a lavorare con professionisti ed imprenditori con molta più facilità perché possiamo incontrarci on line, possiamo lavorare insieme senza spostamenti che, se fatti in orari extra lavorativi possono risultare pesanti.
La flessibilità semplifica l’accesso alla conoscenza e migliora anche la motivazione, ma oggi più di ieri ribadisco che è fondamentale avere obiettivi chiari, sia per chi organizza, sia per chi partecipa.

Le esperienze formative, quindi, possono essere personalizzate in funzione degli obiettivi specifici e questo è sicuramente un vantaggio in termini di efficacia.

Le sfide della Trasformazione Digitale nella Formazione

In quest’ultimo anno, però, ho riscontrato anche alcuni limiti su cui riflettere, vediamoli insieme:

Eccesso di Stimoli 

La possibilità di accedere ad una grande mole di contenuti con molta facilità e potendo organizzare liberamente il proprio tempo, rischia di spingere in una situazione di eccesso di stimoli.
L’idea di poter fare tutto quando si vuole, può portare a non farle mai.
Il rischio più evidente che ho riscontrato nelle mie aule è la perdita di efficacia. È come entrare in una pasticceria potendo mangiare tutto liberamente, rendendosi conto presto che l’eccesso rende sazi, “si mangia più con gli occhi che con la bocca”, diceva mia nonna.

Mentalità aperta al cambiamento

La necessità di adottare una mentalità aperta al cambiamento per approcciare a queste modalità formative, è diventata basilare. La resistenza al cambiamento è naturale, ma per trarre pieno vantaggio dalle nuove tecnologie, è fondamentale essere disposti a sperimentare ed adattarsi, abbandonando “l’abbiamo sempre fatto così” e apprendere nuove modalità d’apprendimento ( e il gioco di parole è voluto 😊).

L’Intelligenza Artificiale come alleata

Comprendere che l’AI è un’utile alleata, uno strumento, ma che deve sempre essere accompagnata dalla conoscenza.
Quando assegno un compito a dei ragazzi, capisco la tentazione di farlo fare a ChatGPT, ma ritengo di essere riuscita nel mio compito quando capiscono che l’obiettivo non è “consegnare un lavoro svolto”, ma è “mettersi alla prova e capire se si è davvero appreso come svolgere quel compito”. Solo dopo, magari, farsi aiutare da ChatGPT, ma sapendo intervenire personalizzando e producendo il “proprio” elaborato.
Lavoro sempre con classi che seppur giovani, sono ragazzi che al massimo in un paio d’anni saranno sul mercato del lavoro e per me è importante che imparino ad approcciarsi agli strumenti da veri professionisti.

L’Engagement nella Formazione aziendale mista on/offline

Quando ho iniziato a lavorare nel 1998, l’immagine associata alle parole “formazione aziendale” era spesso una sala riunioni con i partecipanti radunati attorno al tavolo. Oggi si possono sperimentare nuove formule e l’uso, ad esempio, delle piattaforme su cui rendere disponibili corsi brevi adattati al ruolo e all’interesse dei partecipanti, è una modalità che ho riscontrato essere molto efficace.
A questo possono sicuramente essere utilmente affiancate delle ore d’aula in presenza per rispondere alle domande, fare networking e creare gruppo.
In questi casi, però, la sfida è. per me, progettare contenuti coinvolgenti e stimolanti per la fase on line – asincrona e promuovere la partecipazione ed il networking durante gli incontri in presenza, mantenendo continuità e coerenza degli obiettivi formativi.

Considerazioni Etiche e Normative

Ultimi, ma non certo per importanza ci sono i problemi etici e normativi.
Pensare in modo strategico, quando progetto nuovi interventi formativi, alle sfide relative alla privacy delle persone, ai copyright e al valore della proprietà intellettuale, è un’attitudine che ormai ho sviluppato, ma è anche talvolta, un ostacolo quando mi confronto con imprenditori e professionisti. L’uso dei social e del web  a livello personale, ormai parte integrante delle nostre vite, ha normalizzato alcuni comportamenti “distratti” circa questi argomenti, ma quando si lavora in ambito aziendale e professionale, devono essere valutati attentamente e a priori.
Un click può non essere uguale ad un altro.

Prepararsi per il Futuro: conclusioni

Le nuove generazioni di professionisti e clienti sono nati connessi e digitali. Per loro, l’uso della tecnologia è naturale quanto respirare. Questo significa che le aziende devono essere pronte ad adottare nuove tecnologie e approcci formativi pensati per soddisfare le aspettative di questi nuovi talenti. Preparare i dipendenti attuali con competenze digitali avanzate è fondamentale per attrarre e mantenere le future generazioni di lavoratori.

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Se cerchi un docente o vuoi progettare un nuovo percorso formativo per te o per la tua azienda, scrivimi su alessandra.bosio@waldenconsulenze.it (io mi occupo di Marketing e Comunicazione commerciale e professionale)

Integrare le Soft Skills con le Tecniche di Vendita

La sfida di tradurre informazioni tecniche in benefici apprezzabili 

In un mondo di conoscenze specialistiche, comunicarne il valore può essere complesso. Questa sfida si manifesta non solo quando bisogna convincere i clienti a scegliere ed acquistare un prodotto/servizio, ma anche in contesti interni, come ad esempio le riunioni con colleghi di altri reparti. Ovvero tutte le volte in cui i contenuti trasmessi, anche se sono molto tecnici e/o complessi, devono acquisire valore in chi li ascolta.

Il mio lavoro ed il confronto continuo con mercati diversi, mi ha spinta a chiedermi come cambia la nostra prospettiva quando riusciamo a tradurre informazioni tecniche in benefici tangibili, comunicando un valore che supera le barriere linguistiche della specializzazione.

È questo un argomento che tratto spesso durante le mie lezioni, sia con gli studenti che devono imparare a relazionarsi nel mondo del lavoro, sia con gli imprenditori che devono comunicare in modo efficace con i loro clienti.

Dagli Energy Manager ai titolari di Centri Estetici o di Agenzie Viaggi la sfida è la stessa: tradurre il complesso in termini comprensibili.

Le tecniche di vendita applicate ai contenuti specialistici

Le classiche Tecniche di vendita in questo caso possono venire in aiuto.

Volutamente infatti, io utilizzo sempre il temine “cliente” e specifico che mi riferisco al cliente della nostra comunicazione; questo perché sono convinta che il nostro interlocutore sia sempre qualcuno a cui, seppur in contesti diversi, dobbiamo proporre contenuti che devono giustificare quanto meno, il tempo dell’attenzione che ci ha dedicato.

Ho sperimentato che ragionare in termini di vendita aiuta a porsi nella giusta casella di partenza per organizzare correttamente la propria comunicazione.

Iniziamo dalla comprensione dei bisogni e delle esigenze del nostro interlocutore, quindi studenti e imprenditori iniziate dal vostro pubblico e domandatevi: Quali sono le loro conoscenze, i loro obiettivi e le loro preoccupazioni?

In che modo Voi, con le vostre conoscenze e abilità, oppure i vostri prodotti/servizi aiutano il vostro interlocutore a procedere verso i suoi obiettivi o ad allontanarsi dalle sue preoccupazioni?

Tenendo conto del suo livello di conoscenza di ciò che gli state proponendo quali parole o immagini possono essere più efficaci per comunicargli che Voi siete/avete ciò che stanno cercando? Qualche accorgimento lo potete trovare in questo mio articolo https://www.waldenconsulenze.it/creare-contenuti-efficaci/

Queste sono risposte da avere assolutamente prima di avventurarsi in qualsiasi tipo di comunicazione, a maggior ragione quando ciò che dobbiamo spiegare è complesso.

Tecnica A.I.D.A. Passiamo all’azione

Attenzione – Interesse – Desiderio – Azione queste quattro fasi sono ben note ai venditori perché esprimono il percorso che l’acquirente percorre per arrivare all’acquisto. La tecnica AIDA è un prestito dal mondo della pubblicità che io trasferisco più genericamente al mondo della Comunicazione Efficace.

Primo passo: generare Attenzione: un’introduzione coinvolgente e pertinente può aiutarci allo scopo. È l’occasione per introdurre il concetto tecnico attraverso esempi pratici o immagini famigliari a chi ascolta. Esempio: se devo introdurre il concetto di Comunità Energetica Rinnovabile posso parlare di Energia a Km0. Esprime chiaramente che l’energia è prodotta e consumata a livello locale. Funziona sempre? Non è detto! La domanda giusta per decide se utilizzarlo o no è: il mio pubblico conosce e attribuisce valore al concetto di produzione a Km0?

Secondo Passo Interesse: Presentare in modo chiaro e conciso le informazioni tecniche che stiamo trasferendo evidenziando la loro utilità diretta per risolvere problemi specifici o soddisfare esigenze del nostro interlocutore. È utile spiegare il beneficio paragonandolo ad un contesto che l’interlocutore conosce e valorizza così da mantenere viva la sua attenzione perché segue il ragionamento che gli stiamo proponendo

Terzo Passo Desiderio: Ogni volta in cui è possibile è bene produrre evidenze, casi studio o testimonianze. È utile che l’interlocutore possa assimilare la sua condizione ad altre.

Quarto Passo Azione: fornire istruzioni chiare su come può applicare ciò che ha appreso, sottolineandone la facilità o dove non sia possibile, assicurando assistenza e aiuto.

La Gestione delle Obiezioni 

Per poter anticipare le possibili preoccupazioni si può utilizzare la tecnica della ricerca dell’empatia. Provare cioè, ad immaginare la condizione attuale del cliente, come affronta e risolve, ad oggi, quando ancora non conosce la nostra soluzione, i suoi problemi o come raggiunge i suoi obiettivi. L’immedesimazione può aiutare a preparare risposte chiare, che non prevedano l’uso del “dipende” in apertura di risposta! Meglio ancora, ci aiuta a preparare domande di approfondimento efficaci.

La Costruzione di Relazioni a Lungo Termine 

È utile prevedere dubbi in momenti successivi e per questo creare canali di comunicazione per rispondere a domande, fornire ulteriori chiarimenti o per supportare all’implementazione pratica.

È il primo passo per costruire relazioni efficaci.

Strumenti e Risorse 

Per comprendere al meglio i bisogni/desideri dell’interlocutore, considerandolo paragonabile al cliente in un processo di vendita, io consiglio di ricorrere a:

– Ricerca delle parole chiave del contenuto tecnico che dobbiamo proporre;
– Ricercare su Google cosa propone la SERP, andando a visualizzare in questo caso, soprattutto la seconda pagina, ovvero dove ci sono i collegamenti meno diretti e quindi meno tecnici;
– Utilizzare strumenti come Answer The Public (si può iniziare con la versione gratuita) utili a capire quali sono gli intenti di ricerca in merito all’argomento che trattiamo, scoprendo talvolta punti di vista davvero impensati;
-AI: un aiuto da ChatGPT o da Gemini o altre AI in questo caso, può essere davvero interessante per avere nuovi spunti e idee o per riorganizzare le informazioni raccolte.

Conclusioni

Considerare le Tecniche di Vendita, oltre alle tecniche di comunicazione efficace, tra le soft skills, lo ritengo un invito a esplorare sempre nuovi orizzonti, sfruttando gli strumenti a nostra disposizione per sbloccare la creatività e trasformare ogni comunicazione in un’opportunità unica di connessione e crescita.

È questa l’esortazione con cui concludo i miei interventi sia con gli studenti, sia con gli imprenditori che non sempre sono consapevoli di quante risorse siano a loro disposizione per ottimizzare il lavoro.

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Se credi che queste competenze manchino a te o al tuo team e invece, sarebbero utili, scrivimi a alessandra.bosio@waldenconsulenze.it e valutiamo il modo più efficace per acquisirle.

Strategie di marketing semplici per abbandonare l’isola “dell’abbiamo sempre fatto così” e la trincea del “eh ma nel nostro settore questo non si può fare”.

Adottare nuovi approcci per un professionista o un’azienda può migliorare il suo posizionamento sul mercato.

Dimostrare la capacità di sperimentare nuove idee, infatti, comunica fiducia e una visione a lungo termine.

La fiducia a sua volta, può attirare clienti, partner commerciali e talenti, creando opportunità di crescita.

Si sa, però, che allontanarsi dall’abitudine e da ciò che si conosce meglio, è sempre difficile, ma a volte arriva il momento in cui lo si deve proprio fare.

Come si capisce che “quel momento” è arrivato?

Il Momento del Cambiamento: come Riconoscerlo

Nella mia esperienza il momento è quando l’attività non procede nel modo desiderato. Si mettono in atto le “solite” azioni e i risultati, o non arrivano, o non sono quelli sperati e di solito quello è anche il momento in cui si cominciano a cercare aiuti.

Se a non funzionare sono, per esempio, le attività social, allora si pensa che servirebbe un SMM.

Se si ha una mailing list, si inviano mail con promozioni e sconti, ma non vengono usufruiti, allora si pensa che si dovrebbero cercare nuovi contatti.

Se si fa una campagna di volantini nella zona e non arrivano nuovi clienti, allora magari era meglio se il volantino lo faceva un grafico.

…e così via, i casi che negli anni ho affiancato sono molti e tutti sono uniti da uno stesso denominatore: si cerca all’esterno la risoluzione ad un problema che invece, prima di tutto è interno e spesso parte dalla mancanza di una strategia.

Mi spiego meglio.

Strategie, prima…

Tutte le frasi che ho elencato sopra esprimono pensieri corretti e leciti, presi singolarmente.

È molto probabile che l’aiuto di un SMM faccia girare meglio la presenza social, così come un grafico migliori il layout del volantino, i risultati, però, arriveranno solo se queste figure saranno coordinate da un titolare consapevole.

In cosa si manifesta la consapevolezza?

Bisogna capire che prima di “far fare” ci sono alcune attività “da fare” in prima persona.

In breve, è necessario definire, prima a se stessi, ciò che si vuole comunicare e vendere, poi guardarsi intorno e farsi delle opinioni studiando i competitor e non solo.

Prima di domandarsi se serve un SMM, quindi, è meglio chiedersi se i contenuti pubblicati e le campagne perseguono gli obiettivi fissati. Si rivolgono alle persone giuste? Parlano davvero ai nostri potenziali clienti, che nessuno conosce meglio di noi?

Prima di incaricare un grafico, meglio guardare il volantino con gli occhi di un cliente e domandarsi “se io lo ricevessi, andrei a comprare lì?”. Farlo vedere anche a qualche conoscente che possa dare un commento disinteressato e raccogliere indicazioni e pareri.  Poi rifarlo o dare questa volta, precise indicazioni al grafico circa il proprio brand e l’obiettivo che si desidera raggiungere.

…Professionisti esterni, poi.

In pratica bisogna provare a cambiare prospettiva.

Smettere di guardare solo i risultati negativi e ripensare alle azioni intraprese valutando come potrebbero essere modificate provando a farlo. A questo punto si può decidere se e quale professionista, agenzia, fornitore, potrebbe essere d’aiuto con la sua esperienza.

Incaricare un professionista esterno senza aver maturato una chiara consapevolezza di ciò che si vorrebbe raggiungere e senza saperlo spiegare nei dettagli, potrebbe rivelarsi un costo e non un investimento.

Il rischio concreto è che  il professionista incaricato, proponga cambiamenti o soluzioni buone, in teoria, ma che provengono dalla sua esperienza senza rappresentare davvero l’anima dell’attività per cui lavora. Si finisce per lasciarlo operare fornendo poco supporto e collaborazione, aspettandosi però, risultati che dovranno rispecchiare le proprie attese non definite. Immancabilmente non arriveranno, vanificando gli sforzi di entrambi.

Strategie vincenti: superare la paura dell’azione per ottimizzare i risultati

Nelle strategie di marketing non c’è più spazio per “non si può fare diversamente, l’abbiamo sempre fatto così” e per “questa attività per noi non funziona”.

Questi comportamenti creano fessure nel mercato, consentendo l’ingresso veloce di nuovi concorrenti con approcci innovativi o senza abitudini consolidate da cambiare, ridefinendo il posizionamento.

Piccoli imprenditori e professionisti dovrebbero sviluppare lo “sguardo laterale” e la capacità di esplorare vari approcci per risolvere un problema, guardandolo da prospettive diverse. È fondamentale informarsi ed allenarsi ad ampliare la visione per affrontare le sfide con flessibilità.

Due sono gli atteggiamenti vincenti:

  1. superare la paura del fare, agendo e provandoci
  2. Fare test, analizzare, studiare il proprio mercato e poi modificare e riprovare un altro approccio

L’Approccio dei 10 Minuti: un metodo pratico per rinnovare le tue strategie di marketing

Un suggerimento tratto dalla letteratura

Avete presente il libro di Chiara Gamberale “Per dieci minuti”?

In estrema sintesi: la protagonista s’impegna per un mese a fare tutti i giorni, per dieci minuti al giorno, qualcosa di nuovo. Per lei è il modo di abbandonare le abitudini e uscire dai soliti schemi.

Ecco, questo è un approccio adattabile e utile anche per chi sta lavorando alle proprie strategie di marketing e di comunicazione. Per superare alcune paure iniziali e provare ad uscire dagli schemi di sempre, si può provare a dedicare:

  • 10 minuti al giorno alla rassegna stampa “social” e a newsletter selezionate, per leggere cosa dicono profili d’interesse e competitor;
  • un po’ di tempo per scrivere le idee che vengono e che saranno da definire e testare;
  • un po’ di tempo per trasformare un’idea della lista, in realtà da testare;

Non è impossibile, con un po’ di organizzazione si può fare e le soddisfazioni arrivano.

Per ragionare sulle modalità per impostarsi gli obiettivi, è utile anche leggere Strategia on line: dall’idea all’azione con obiettivi smart

Io per i miei clienti e per i corsisti ho elaborato una serie di piccoli esercizi da fare, domande a cui rispondere, materiali con cui confrontarsi per uscire dalla propria zona di confort e farsi domande efficaci.

 

Se questi dubbi e queste difficoltà appartengono alla tua realtà, senti che sarebbe arrivato “quel momento” in cui sono necessari nuovi approcci e vuoi essere accompagnato o anche solo vuoi confrontarti, parliamone. Puoi scrivere a alessandra.bosio@waldenconsulenze.it