AI e formazione
Non si tratta di tecnologia, ma di responsabilità
INTRODUZIONE – Perché ripensare la formazione
L’AI ha trasformato molti processi, ed è inevitabilmente entrata anche nel mio metodo di lavoro.
Negli ultimi mesi mi sono interrogata molto su come l’uso sempre più diffuso dell’AI stia cambiando il mio modo di fare formazione.
La prima cosa che ho osservato è stato un cambiamento evidente in aula: il modo in cui gli studenti imparano non è più lo stesso, così come stanno cambiando tempi, aspettative e abitudini anche nei percorsi dedicati ai professionisti.
L’AI agisce come un acceleratore: rende più rapido l’accesso alle informazioni, semplifica alcuni processi e modifica il contesto in cui le persone lavorano e apprendono.
E se cambia il contesto, è inevitabile che cambi anche il ruolo di chi forma.
PERCHÉ L’AI CAMBIA IL CONTESTO DELLA FORMAZIONE
L’utilizzo dell’AI ha modificato profondamente le modalità di ricerca delle informazioni trasformando il concetto dei “saperi”, da sempre cardine della progettazione formativa.
Le persone hanno accesso rapido alle risorse, ma ciò che oggi sempre più è necessario, è fornire gli strumenti per interpretarle ed utilizzarle in maniera strategica.
Leggere un post, venire a conoscenza di un tool o di un prompt e provare ad utilizzarlo, oggi è alla portata di tutti. Quello che manca è capire se e quando quel tool/prompt sia davvero la scelta migliore, la capacità di analizzare i risultati ottenuti e fare una retrospettiva: cosa tenere, cosa cambiare, quali test proporre.
Il ruolo del formatore credo sia sempre più quello di evitare l’appiattimento critico. Dare agli allievi metodi di ragionamento, capacità di scegliere lo strumento più adatto alla specifica situazione e stimolarli a “difendere” le loro scelte.
L’AI non sostituisce il formatore, ma lo obbliga a diventare più consapevole del ruolo che il suo intervento ha nell’apprendimento di chi lo ascolta.
COSA STO CAMBIANDO NEL MIO APPROCCIO IN AULA
Una delle prime cose che ho cambiato nel mio modo di insegnare riguarda il rapporto con i contenuti.
In aula non porto più “tutto”: porto ciò che conta in relazione all’obiettivo formativo. Mi concentro su pochi concetti essenziali: non per semplificare, ma per mettere a fuoco ciò che è davvero rilevante.
Un approccio utile per imparare ad interpretare ciò che si trova in rete o che l’AI genera: capire cosa è utile per il contesto specifico, cosa è impreciso, cosa eventualmente manca.
Sto lavorando sempre di più su questa competenza che chiamo “di filtro”.
Ho poi ridotto gli esercizi chiusi, quelli con risposta univoca, introducendo situazioni con vincoli, alternative, contesto.
La complessità dei contesti professionali è fatta di decisioni da prendere, approcci originali da proporre, capacità di differenziarsi e di lavorare anche con informazioni a volte incomplete o vincoli apparentemente insuperabili. Per questo, in aula porto sempre più spesso problemi aperti: casi con scenari diversi, materiali da interpretare, situazioni in cui bisogna scegliere una strada e giustificarla.
È un modo più impegnativo di lavorare, sia per me, soprattutto in fase di preparazione, sia per i partecipanti che vengono coinvolti molto più di quanto si facesse fino a qualche anno fa. Si tratta però, di acquisire abilità utili ad affrontare la complessità.
Nei miei interventi formativi porto metodo: momenti di decision making, domande da cui partire, confronto tra punti di vista, analisi condivisa degli errori, discussione di casi reali, ma soprattutto, l’esperienza di ragionare insieme.
Alla fine, credo che questo sia il cuore della formazione oggi: non trasmettere risposte, ma allenarsi a fare le domande giuste.
È lì che nasce la competenza, ed è lì che l’AI non può sostituirci.
L’EFFETTO “RISPOSTA VELOCE”: COSA STO INSEGNANDO A GUARDARE MEGLIO
Un cambiamento che noto spesso in aula riguarda il modo in cui gli allievi affrontano i casi pratici. Da quando usano l’AI, tendono ad arrivare subito al risultato: scrivono prompt brevi, poco dettagliati, e cercano la soluzione più veloce possibile per “consegnare”.
È un atteggiamento comprensibile, perché l’AI premia la rapidità. Ma non sempre premia la qualità.
Per questo motivo sto cercando di spostare la loro attenzione dal risultato immediato al processo con cui si arriva a un risultato che abbia davvero senso.
Di solito lo faccio introducendo obiezioni semplici, spesso le stesse che un cliente potrebbe sollevare davanti a una proposta troppo complessa o troppo astratta. In questo modo i partecipanti si rendono conto da soli di quanto spesso una soluzione generata velocemente — senza una riflessione prima — sia poco efficace, poco chiara, o addirittura inutile.
È un passaggio delicato, ma fondamentale: far vedere con esempi concreti che non basta “tirare fuori” una risposta. Serve costruire un pensiero, una direzione, un criterio.
L’obiettivo, alla fine, non è farli diventare più veloci, ma più strategici.
COSA PUÒ DIVENTARE (E PERCHÉ È UN’OPPORTUNITÀ)
Per questo considero l’arrivo dell’AI non una minaccia alla formazione, ma un’occasione per trasformarla.
Se smettiamo di usarla come sostituto della mente e iniziamo a trattarla come uno strumento di lavoro, apre spazi che prima erano più difficili da coltivare.
Il primo è il pensiero critico: L’AI ci costringe — in senso positivo — a essere più attenti, più presenti, più consapevoli dei nostri criteri di scelta.
Allo stesso tempo migliora la consapevolezza digitale. Usarla non significa premere un pulsante, ma imparare a leggere come funziona, cosa può fare e cosa non può fare. Questa è una competenza trasversale che ogni professionista dovrà avere, indipendentemente dal settore.
In aula poi, accade un altro effetto interessante: l’AI favorisce forme di collaborazione più spontanee. Gli studenti, ma anche i professionisti in formazione, si confrontano di più, condividono ipotesi, discutono interpretazioni. La formazione diventa meno meccanica e molto più “viva”, perché ciò che conta non è ottenere la risposta giusta, ma capire come ci si arriva.
Ecco che l’AI non sostituisce il formatore, ma lo rilancia, diventa la persona che con la propria esperienza sa guidare, selezionare, dare senso e trasformare un contenuto reperito rapidamente, in un apprendimento reale e immediatamente applicabile nella realtà.
CONCLUSIONI – Dove sto andando con la mia formazione
Ho iniziato a entrare in aula nel 1994, appena un anno dopo che il CERN rese pubblica la tecnologia del World Wide Web.
Da allora il mio lavoro, soprattutto nel marketing e nella comunicazione, è stato un osservatorio privilegiato di trasformazioni continue.
Studiare per restare aggiornata e portare in aula contenuti vivi, uniti all’esperienza, è sempre stata la parte che ho amato di più.
Oggi l’AI è una nuova sfida.
E come tutte le svolte importanti, mi mette davanti ai miei limiti, ma anche alla possibilità di superarli.
Fare formazione, però, non cambia la sua natura: significa certo trasferire competenze e metodo, ma significa anche — e soprattutto — lavorare con le persone, comprenderle e trovare il modo giusto per accompagnarle nella loro evoluzione.
Nel mio piccolo, è questo che cerco di fare ogni volta che entro in aula.
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Alessandra M. Bosio
Marco Comazzi